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03/03/2016
LA RICERCA DELL'INASPETTATO

Per il musicista la bellezza autentica si raggiunge coniugando la precisione con una componente irregolare e imprevedibile, la sorpresa

 

Dunque ci ri-siamo. Dopo aver sondato gli ambiti più disparati per questo blog precisissimo, dal restauro di opere d’arte alla letteratura fino al funambolismo, stavolta il tema della nostra indagine sarà la musica. Se il filo conduttore è, come di consueto, la precisione, non mancheremo anche in quest’occasione di proporre al lettore un personaggio davvero fuori dall’ordinario. Un giovane musicista, Paolo Tarsi, che si è imposto sulla scena musicale italiana e internazionale, pur in un genere considerato di nicchia come quello classico contemporaneo. Un ramo della musica cosiddetta colta, che affonda le sue radici nelle avanguardie musicali della prima metà del Novecento con la Scuola di Vienna di Schönberg, Berg e Webern, ma anche in Erik Satie o nel Futurismo italiano con l’intonarumori di Luigi Russolo. Per poi solcare gli anni Cinquanta e Sessanta con John Cage e Morton Feldman fino al minimalismo di Terry Riley. O nell’espressione più recente dello stesso filone, con musicisti forse più noti a un pubblico “profano” come Philp Glass, Michael Nyman, Ludovico Einaudi e Brian Eno.  In sintesi estrema, di cui chiediamo venia, queste le tappe di un fenomeno musicale che ha attraversato il Novecento fino ai giorni nostri e che oggi trova in Tarsi una delle espressioni più significative del panorama italiano. Nel solco della tradizione di contiguità con il mondo dell’arte figurativa, dal movimento Fluxus alla Pop Art, anche il musicista senigalliese si è cimentato nella composizione di musiche per mostre di Paolo Cotani, Mario Giacomelli, Andy Warhol e collabora con gli artisti Marco Tirelli e Tullio Pericoli. Ha preso parte come interprete e compositore a performance e installazioni presentate in aeroporti, gallerie e musei d’arte contemporanea come il MAXXI di Roma, il MUSMA di Matera, il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro e in luoghi di culto della musica contemporanea come lo Spectrum di New York. Nel suo curriculum, invero già copioso data la giovane età, spicca una specializzazione in composizione di colonne sonore per cinema con il premio Oscar Luis Bacalov e collaborazioni musicali di livello come quella con il chitarrista Paolo Tofani nel progetto AREA Open Project. Nel 2015 ha pubblicato i cd "Furniture Music for New Primitives" ispirato agli scritti di William S. Burroughs e “Dream in a landscape", dedicato a John Cage e Marcel Duchamp, in collaborazione con il duo elettronico Fauve! Gegen A Rhino.

Per cercare di cogliere qualche suggestione in più da questo personaggio di rara originalità, gli abbiamo rivolto la breve intervista che segue.

 

Paolo, poc’anzi abbiamo cercato di descrivere con largo margine di approssimazione (e con scarso successo) il genere di cui sei qualificato esponente. Potremmo definirla musica d’avanguardia? Minimalismo? Musique d'ameublement o d’ambiente?

I riferimenti che hai citato sono indubbiamente corretti anche se non definirei la mia musica ‘avanguardia’. Almeno non nel senso stretto del termine. E benché nel mio lavoro siano presenti tutta una serie di rimandi al mondo del rock, al post-ambient o alla musica ripetitiva come al jazz, si tratta di un incontro tra differenti stili lontano anni luce dall’idea di crossover. Non nutro alcun interesse verso quelle forme di pastiche che vedono materiale musicale preso in prestito da più generi accozzati tra loro. Parlerei piuttosto di ‘avant-pop’.

 

Ti abbiamo conosciuto qualche anno fa dietro un organo a canne e ti ritroviamo dietro un Hammond. Sappiamo che il tuo percorso di formazione è quello canonico del musicista classico, da Conservatorio, per intenderci. Come sei approdato alla musica contemporanea?

La letteratura organistica del Novecento mi ha aperto le porte a un mondo decisamente suggestivo e molto affascinante. Ho sempre considerato l’organo uno strumento dalle possibilità timbriche ed espressive quasi inesauribili, gli autori che prediligo hanno saputo trarne sonorità straordinarie. Penso alla musica di Messiaen, Xenakis, Welmers, Hambraeus, Bolcom, Sorabji, ma anche alle registrazioni di John Zorn e di Keith Jarrett, solo per citare qualche nome. Peccato che questi strumenti siano quasi totalmente assenti dalle sale da concerto italiane, mentre nelle chiese non di rado cadono a pezzi.
 
La tua carriera è costellata di risultati importanti e di grandi soddisfazioni anche in campo internazionale. Hai al tuo attivo la pubblicazione di vari album e la collaborazione con musicisti di livello. Qual’è il tuo prossimo obiettivo a breve termine? 

In realtà raramente mi sento pienamente soddisfatto, probabilmente perché non c’è mai un vero punto di arrivo in questo lavoro. Personalmente trovo sempre qualcosa che mi spinge a mettermi di nuovo in discussione, se non altro per il desiderio e la consapevolezza che c’è ancora molto da imparare. Naturalmente sono molto felice che Furniture Music for New Primitives sia uscito per la collana POPtraits di Cramps Music e che l’album stia riscuotendo attenzione e attestati di stima da parte di chi lo ha ascoltato. Tra questi segnalo Miro Sassolini e la scrittrice Monica Matticoli che mi hanno contattato per collaborare a una serie di progetti ai quali ho già iniziato a lavorare. A breve uscirà infatti un brano alla cui registrazione ha preso parte anche il bassista Gianni Maroccolo e per il quale ho contribuito a scrivere le musiche. So di essere molto fortunato, sto lavorando con alcuni dei musicisti che più ho amato. Mi ha fatto altrettanto piacere, poi, sapere che alcune mie musiche sono state scelte per accompagnare un documentario di prossima uscita dedicato alla figura dell’artista Loreno Sguanci realizzato per la regia di Valerio Vergari (Zeeva srl).
 
C’è da scommettere che mai come nel tuo caso è valso il detto “Nemo propheta in patria”. È stato difficile farsi conoscere e apprezzare frequentando un genere musicale così particolare, in una piccola realtà geografica come le Marche? 

Potenzialmente le Marche potrebbero ambire a diventare il centro di un ombelico culturale molto più ampio, anche perché oggi tutti possiamo avere una visione più cosmopolita. Dobbiamo porci solo una domanda: per cosa ci impegniamo in prima persona e per cosa ricorderemo chi gestisce le nostre città e i territori in cui viviamo? Purtroppo sono molti i giovani che decidono di lasciare il nostro Paese, scegliendo dopo gli studi di stabilirsi all’estero. Io resto per costruire qualcosa che possa affondare qui delle radici solide, a doversene andare dovrebbe essere chi gestisce la cosa pubblica anteponendo i propri interessi personali o di natura clientelare a quelli della collettività. Nel mio piccolo già da tempo ho portato il mio contributo organizzando per due anni una manifestazione votata al contemporaneo che ha messo in luce anche sul piano nazionale la piccolissima città che la ospitava. La cultura non è qualcosa di fine a se stesso, rappresenta l’espressione di un tessuto sociale, un momento di confronto. Senza cultura non c’è futuro.

 

Ora la domanda di rito del nostro Blog, qual è il tuo rapporto con la precisione?

Raggiungere la precisione è fondamentale, ma da sola non basta. È necessario farla convivere con l’inaspettato, l’irregolare, la sorpresa. Solo così può essere parte essenziale e caratteristica dell’autentica bellezza.

 

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Paolo Tarsi (ph Marco Mandolini)

 

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Paolo Tarsi, Paolo Tofani (AREA Open Project)

 

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Paolo Tarsi - Furniture music for new primitives (cover)

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