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20/02/2019
In equilibrio dinamico tra arte e artigianalità

Intervista all’architetto Nazzareno Petrini

Per il nostro blog precisissimo, questa volta, abbiamo voluto intervistare l’architetto Nazzareno Petrini, per una chiacchierata a tutto tondo sulla sua lunga esperienza professionale, i suoi riferimenti e le tendenze contemporanee nel campo della progettazione.

Laureato con lode in Architettura presso l'Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, dal 1977 svolge l’attività professionale realizzando numerose opere in campo residenziale, commerciale, industriale e nel settore del restauro di edifici storici. Nel 2009 gli è stata conferita la Medaglia d'oro all'architettura italiana.

Nel 2017 lo Studio Petrini Solustri and Partners ha donato il progetto della nuova scuola di Pieve Torina, realizzata grazie alla raccolta fondi del gruppo Succisa Virescit. Attualmente sta seguendo la realizzazione dei locali della palestra e del centro civico a completamento del plesso scolastico già edificato nel comune terremotato. 

 

 

Architetto Petrini, 

cento anni fa nasceva in Germania la Bauhaus, una fucina di linguaggi e di esperienze artistiche straordinarie. Quali contaminazioni e quale eredità ha lasciato quella visione nella concezione del design e dell’architettura contemporanea?

 

È un po’ l’inizio dell’architettura moderna, dell’architettura essenziale, della pulizia formale, del non superfluo. Loro (gli esponenti della Bauhaus) l’hanno di fatto codificato. Quel mondo è ancora alla base del movimento moderno. Ancora siamo lì, non è successo tantissimo di più, anzi… C’è sempre stato un tentativo di codificare la metodologia di progettazione. Le scuole d’architettura hanno cercato di fare tanto per dare un codice, per insegnare il “mestiere” della progettazione. Però tutto questo non basta perché se si vuole creare un’architettura d’emozione, alla componente dello studio, della fattibilità e della capacità metodologica della scuola, bisogna affiancare dei concetti che siano molto personali, istintivi ed emozionali, che scaturiscano dall’individuo. È quello che fa la differenza tra un’architettura di qualità e una, pur corretta, ma modesta. Alla fine l’evoluzione individuale c’è sempre. Si cresce, si matura. Basti pensare all’evoluzione dei post moderni, alla lezione dei grandi maestri. In Italia il Bauhaus è stato, in realtà, poco codificato. La sua massima incidenza coincide con il “ventennio”, col razionalismo italiano che è stato purtroppo sottostimato, accantonato, perché identificato con l’architettura fascista. Si parla di Giuseppe Terragni, di Cesare Cattaneo, di Giuseppe Pagano, di una prima parte dell’architettura di Luigi Moretti. Quel mondo ha rappresentato espressioni altissime dell’architettura. Secondo me, la Palestra del Duce e la Casa delle Armi (palazzo della scherma), entrambe al Foro Italico, sono forse tra i più begli esempi di architettura razionalista che esistano al mondo.

 

 

Il rapporto tra architettura e natura, nel modo di progettare contemporaneo, sembra sempre più orientato alla sostenibilità. Si tratta di una scelta consapevole ma di nicchia, di una presa di coscienza collettiva nei confronti dei temi ecologici e ambientali o di una tendenza effimera e passeggera?

 

Su questo ho una visione molto personale. Io trovo che esista un buon progetto, una buona architettura, ancor prima che un’architettura sostenibile. Questo, in genere entra in comunione armonicamente con il contesto, con il paesaggio, con la persona, con i bisogni e con i materiali. Oggi molte cose sono macroscopicamente regolamentate per legge, cosa in parte importante ma che spesso pone dei vincoli troppo stretti che portano in direzioni progettuali sbagliate. La sostenibilità non è cercare la mimèsi totale o scegliere un materiale, ad esempio il legno, perché è sostenibile… Anche il cemento è un materiale riciclabile, ormai. Se uno lo demolisce, lo recupera e lo rimpasta… Il problema è la qualità dell’architettura. Purtroppo stanno prevalendo dei meccanismi di controllo, a causa di una sorta di sfiducia generalizzata nei confronti del mondo che gira intorno all’edilizia, giustificata forse da errori del passato di cui tutte le categorie hanno in parte le proprie responsabilità. Però è pur vero che viaggiando tutti noi andiamo in giro per il mondo a vedere le cose “costruite”, a visitare le città storiche, i monumenti. Attualmente stiamo rivalutando edifici degli anni ’30, giustamente li vincoliamo. Oggi andiamo a vedere il Bauhaus quando per anni e anni, è stato considerato dalla collettività un’espressione più per addetti al settore che legata al sentimento popolare. Del resto è bella la città barocca, è bella la citta medievale… Tutti amano Venezia, ma come sosteneva Giò Ponti: “A Venezia, Dio ha fatto solo acque e cielo, e senza intenzioni, e gli Architetti han fatto tutto”. Le Cinque Terre sono state costruite dall’uomo, in un posto in cui mai si sarebbe dovuto costruire. La Rotonda di Senigallia è un edificio di pregio vincolato, ma oggi non si sarebbe potuta costruire perché non c’è la distanza dalla battigia… Tante opere considerate ormai beni monumentali oggi sarebbero irripetibili. Pensiamo alla Villa di Curzio Malaparte a Capri. È stata costruita a Capo Massullo, in deroga, su un’area già vincolata paesaggisticamente, dopo l’intervento di Bottai. Oggi quella casa viene considerata un monumento da visitare e da studiare. Attualmente si vorrebbe ottenere un’architettura di qualità con una regolamentazione eccessiva, esagerata. L’eccesso di regole, di limitazioni, non aiuta. Recentemente sono stato ad un convegno alla Biennale di Venezia e il presidente Paolo Baratta, di fronte a un pubblico di architetti e di addetti ai lavori, ha proposto provocatoriamente di mettere a disposizione delle aree in comuni a piccola o media densità su cui realizzare progetti senza alcun tipo di limitazione. Altrimenti non si riesce più ad esprimere un tipo di architettura compiuto, che è sempre più difficile da far comprendere. Il villaggio dell’Eni voluto da Mattei a Borca di Cadore fino a qualche anno fa era una lottizzazione in mezzo a un bosco e adesso è un luogo da visitare e studiare. Lo stesso Carlo Scarpa ha costruito a Venezia il negozio dell’Olivetti, ha progettato la sistemazione di alcune parti del palazzo della Fondazione Querini Stampalia, pezzi che arricchiscono il panorama della qualità del costruito della città. Adesso noi forse abbiamo anche la pretesa che quello che facciamo diventi subito un monumento, ma non è così. Bisogna passare attraverso il fare e qualche volta buttar via, per poi fare di nuovo. Anche perché la città è sempre qualcosa di vivo, in movimento. Ricordo che Bruno Zevi, che era assolutamente antifascista e non sopportava tutta l’architettura monumentale, sosteneva che l’architettura romana era insopportabile, tronfia e celebrativa e che solo il tempo l’aveva resa sopportabile. Perché attualmente quello che si vede sono i ruderi in mezzo all’erba… il fascino del tempo che aggiusta un po’ le cose. Zevi ne era assolutamente convinto. Tant’è che voleva abbattere pure il Vittoriale.

 

Lei ha un’esperienza anche sull’architettura dei luoghi di lavoro, industriale. Questo è un campo controverso perché oggi si tende sempre più a realizzare strutture facili e poco pensate… 

 

Io credo che questa sia stata in parte una necessità, perché la committenza è quella che ti dà la possibilità di fare. È inutile teorizzare, l’architettura è una scienza che va praticata. Nonostante oggi i mezzi siano molto sofisticati ed evoluti è difficile che alla fine della realizzazione di un edificio non si abbiano rimpianti per qualche dettaglio che si sarebbe potuto progettare diversamente. 

La fabbrica è un tema bellissimo. Non ho subito trovato dei committenti che mi hanno commissionato fabbriche, ma capannoni. Almeno all’inizio. Però in questo percorso, la committenza si è in qualche modo evoluta. Nel senso che un tempo la competizione non era tanto sul piano della presentazione e della comunicazione. C’era solo l’esigenza di uno spazio più o meno ampio, agevole. Adesso c’è una sensibilità maggiore da parte della committenza, che ha innescato un processo virtuoso, e ci permette di “produrre” luoghi di lavoro, anche di dimensioni importanti. Recentemente, per uno dei nostri maggiori clienti, abbiamo progettato 35.000 mq di coperto. Un tempo, normalmente in questi casi l’architettura sarebbe passata in secondo piano rispetto alla funzionalità, alla capienza. In questo procedimento alcuni elementi che sarebbero stati completamente trascurati ora cominciano ad avere un peso maggiore. Siccome questi edifici sono enormi, questo diventa un campo interessantissimo su cui cimentarsi che regala anche grandi soddisfazioni in termini realizzativi. L’idea che un progettista faccia un edificio che funzioni e che serva (all’imprenditore, così come al personale che ci lavora) è una cosa gratificante e importante. Tornando al convegno alla Biennale, di cui parlavo poc’anzi, l’industriale Fantoni ha presentato l’esempio della sua fabbrica progettata da Gino Valle, uno dei più grandi architetti italiani del ‘900, scomparso in tempi recenti. Fantoni mi ha raccontato del suo rapporto con questo architetto, oltre che con il luogo dove la fabbrica è stata realizzata. L’ambiente di lavoro progettato da Valle è stato per tutti un grande riferimento, un elemento d’unione, anche con gli operai che gli hanno sempre riconosciuto un ruolo e hanno collaborato. Questa azienda, poi, è stata visitata da personaggi importanti. Si è creato un legame tra il mondo della progettazione architettonica e quello del lavoro molto proficuo e utile. L’idea che l’architetto sia relegato alla funzione di mera progettazione è riduttiva. Fare un oggetto inutile, una cosa che non serve, un orpello oppure un decoro è stata sempre una cosa secondaria. Il nostro è un ruolo estetico, ma che deve sempre rispondere a un problema vero, sociale.

Purtroppo i nostri rapporti con i committenti non sono sempre così sereni, a volte sono fonte di discussione, anche se raramente abbiamo deciso di rinunciare a un progetto. Normalmente anche le discussioni, così come le divergenze, sono molto utili. L’assenza di contraddittorio è “pericolosa”, controproducente e non aiuta mai. Il grande salto è riuscire a innalzare l’attenzione a livello del progetto. Troppo spesso quest’ultimo non è contemplato nella mentalità della committenza, perlomeno è considerato solo utile a ottenere il permesso, cioè a ottemperare le pratiche burocratiche. Essere chiamati solo per questo è davvero avvilente. Non poter quasi incidere sulla realizzazione di un’opera, magari evitando degli errori banali o contribuendo a migliorare qualcosa, rende vano il nostro lavoro.

 

C’è un’attenzione sempre più diffusa da parte degli architetti nei confronti dei territori, dei contesti, dei tessuti urbani e delle comunità sociali in cui operano. Qual è la sua esperienza nella progettazione della nuova scuola e centro civico del comune terremotato di Pieve Torina?

 

È stata un’esperienza bellissima. Il sentimento principale è che mi sono sentito coinvolto in una questione molto seria. In presenza di un evento calamitoso, con un gruppo di persone che spendono il tempo libero, i soldi, per cercare di aiutare in una situazione del genere il clima è stato eccezionaleCosì come lo è stato il modo in cui è stata costruita questa storia, il progetto, il primo incontro a cena, il rapporto col sindaco, con la popolazione e con la scuola. Tutto positivissimo, mi sono sentito veramente motivato e orgoglioso. All’inaugurazione mi sono perfino commosso un po’. Alla fine si è trattato di un percorso troppo bello. Dopodiché abbiamo dovuto tamponare alcune situazioni, perché la costruzione è stata fatta in otto mesi e c’era evidentemente l’urgenza di completare l’opera. In generale quello che mi sento di dire, nel panorama della ricostruzione, è che non si possono conciliare il presto e il bene. Il processo deve essere più lungo, ovviamente non per le questioni burocratiche che sono solo tempo perso, ma per permettere progetti di qualità soprattutto nella ricostruzione pubblica. La qualità dev’essere costruttiva, esecutiva e realizzativa. In una scuola che abbiamo realizzato recentemente a Moie, abbiamo inserito un’opera d’arte, un bassorilievo di trentotto metri, inserendo la scultrice Monica Raffaeli nel gruppo di progettazione che ha partecipato al concorso. Questo per dire che bisogna dare la giusta attenzione al progetto. I committenti, che siano pubblici o privati, dovrebbero pretendere di più da noi progettisti.

 

Questo blog è dedicato alla precisione e all’equilibrio dinamico, intesi in senso lato. Immaginiamo che siano entrambi componenti importanti all’interno di un progetto architettonico. Può dirci cosa ne pensa?

 

Voglio fare un caso pratico di ciò che intendo per precisione ed equilibrio: prendiamo ad esempio le murature. Recentemente abbiamo fatto un intervento a Serra San Quirico riprendendo un po’ il “muro di una volta”, con la pietra arenaria originale e i mattoni, contestualizzato in un edificio moderno. Se voi aveste la fortuna di vedere quella muratura, scoprireste un capolavoro. Fatta da tre persone, di cui una il padre un po’ più anziana e dai figli che sono diventati molto bravi. Io non ho avuto bisogno di dir loro nulla. L’hanno realizzata con una precisione e una capacità fuori dal comune, senza che ci sia stato bisogno di disegnarla. Devo dire che lo “fotografo” come il pezzo più bello di tutta la casa. Non c’è più nessuno in grado di fare un lavoro così. Squadrare una pietra è un’opera di notevole maestria che viene da una tradizione antica. L’arenaria non è una pietra che si lavora con facilità, non si spacca neanche con il motopicco. Ho visto prendere un pezzo di arenaria tra le mani e tramite un martelletto, con una pennetta sottile da una parte e con la testa grossa dall’altra, con un solo colpo spaccarla a metà come una mela. Questa è un’arte, è conoscere la materia. Un’arte e un’artigianalità. Ho trovato alcune persone anziane che hanno imparato a fare questo mestiere per la fame, per la povertà, perché poi le pietre erano quelle che si trovavano in campagna. La nostra arenaria è irripetibile. Si trova nei terreni sciolti e i contadini un tempo l’accantonavano arando i campi, perché era un elemento di disturbo. Poi veniva recuperata e riusata per costruire. Oggi è ricercata più dell’oro e chi la lavora è una sorta di “chirurgo”, si sente una “star”, perché improvvisamente il popolo l’apprezza. Mentre sempre più si tende a criticare ogni cosa, di fronte a questa competenza tutti tacciono. Un architetto non lo ascolta più nessuno… di fronte alla precisione di certi lavori, invece, non c’è dibattito. Durante gli interventi all’aperto, nelle piazze, intorno a chi lavora si radunano piccole folle, quasi ad assistere a uno spettacolo. Nessuno si permette una critica. Tutti ammirano e basta. Queste competenze dovrebbero essere meglio conosciute dalla nostra categoria, ma occorre impegno, bisogna frequentare il mondo del lavoro, sporcarsi un po’ le mani in cantiere. Che è bellissimo, è una delle parti del mio lavoro che personalmente apprezzo di più, che mi fa sentire bene. È così che si crea l’equilibrio tra chi ha l’idea in testa e chi ha in mano la conoscenza della tecnica e della materia.

 

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interno

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